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La Costituzione non è un pezzo di carta E i diritti fondamentali non sono bandierine che si trovano pronte, gratis, per essere agitate a piacimento. La Costituzione è innanzitutto un equilibrio di forze sociali, e i diritti fondamentali sono la conseguenza di questo equilibrio. Sono la sua traduzione in termini di libertà e di valori universali, ma se non poggiano su rapporti di forza solidi e materiali, non sono niente. In questa stagione, gli italiani lo stanno sperimentando. Se oggi il paese è attraversato da un alto muro di ostilità che divide gli italiani in sostenitori e avversari del governo, con una tensione da tempi di Guerra fredda, non è solo perché fra le parti politiche contrapposte è venuto meno quel patrimonio di comuni esperienze che cinquant'anni fa aveva consentito di scrivere la Costituzione. Prima ancora, questo accade perché non c'è più la consapevolezza che la democrazia è come un arco costruito con pietre non ben levigate e dunque non ben connesse. E che bisogna evitare di "sfilare la propria pietra" o di compiere movimenti bruschi, per non mettere a repentaglio il suo equilibrio e le spinte e controspinte di cui è fatto. Si pensa invece che la democrazia sia una sorta di steppa, che non ha bisogno di essere coltivata con attenzione e lungimiranza, e che può sopportare continue cariche di ussari. Da troppo tempo il principio di maggioranza viene idolatrato come un principio assoluto, così che il primato della rappresentanza, che era in origine il contraltare del potere dispotico, si è trasformato in dispotismo. E da troppo tempo è stato abbandonato quel criterio di temperamento che è connesso a una visione cooperativa, compositiva, negoziale della democrazia. Secondo questa visione (sbrigativamente degradata nella superficiale condanna al "consociativismo") il ruolo delle forze politiche d'opposizione e delle forze sociali (che si esprimono attraverso la concertazione) è rispettato come costitutivo dell'equilibrio costituzionale. Oggi invece viene disprezzato come se comportasse la pretesa antidemocratica di esercitare un diritto di veto. Da generatore di un equilibrio sempre in fieri attraverso la negoziazione, il principio rappresentativo è diventato il titolo di legittimazione di un potere unilaterale fondato solo sulla conta dei voti. E' l'esercizio di questa forma di potere che oggi viene volgarmente presentata come sovranità popolare (o, proprio in relazione al contrasto con i sindacati, come "sovranità parlamentare"). Per questo il rifiuto di modificare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori è oggetto di una battaglia cruciale. E' vero che la "tutela reale" contro i licenziamenti illegittimi non è direttamente prevista dalla Costituzione; ma è altrettanto vero che è un fondamentale tassello della sua attuazione e della sua interpretazione (legislativa, giurisprudenziale e dottrinale) consolidata nel tempo e nel consenso. Fa dunque storicamente parte del suo contenuto essenziale: perché le costituzioni non sono solo "codici nazionali" - aperti al vento delle interpretazioni soggettive al ribasso, arbitre nel definirne i contenuti "minimi essenziali" - ma anche, e prima, "eredità nazionali" storicamente consolidate. E' dunque in gioco, con la difesa dell'art. 18, il fondamento materiale di tutti i diritti costituzionali, che, semplicemente, "non possono" formare oggetto di decisioni di maggioranza, pena il loro dissolvimento. E' in gioco l'idea di democrazia intesa - sul piano istituzionale - come equilibrio tra poteri autonomi e concorrenti, e - sul piano sociale - come equilibrio consensuale e negoziato tra corpi sociali intermedi. A questa concezione si vuole opporre una democrazia intesa come dittatura di una maggioranza che intrattiene con i singoli elettori un rapporto mediatico "faccia a faccia". E' in gioco la rilevanza del mondo del lavoro, che si vorrebbe degradare, da "corpo sociale" (per quanto pluralistico, e anche diviso) protagonista della contrattazione collettiva e della concertazione, a un insignificante insieme dei contraenti di rapporti puramente commerciali. E' in gioco infine l'idea - semplice, ma basilare di tutta la nostra tradizione - che la politica ha un senso solo se è volta a garantire a tutti un'esistenza libera e dignitosa, come dice la nostra Costituzione. La modifica dell'art. 18 è sintomo di un disegno politico che punta a scaricare l'insicurezza sui singoli, per garantire dal rischio le imprese (con un singolare rovesciamento dei ruoli). E il licenziamento intimato senza che il lavoratore abbia commesso mancanze (giusta causa), o senza che esistano ragioni legate alla situazione dell'impresa (giustificato motivo), è semplicemente un atto di arrogante violenza. E' un licenziamento moralmente ripugnante, che nessuna persona perbene intimerebbe. La politica che vuole legittimare, monetizzandolo, questo potere non ha nulla a che fare con l'antico ideale del rendere possibile la "vita buona". Silvano Belligni Alfonso Di Giovine Mario Dogliani Angelo d'Orsi Alfio Mastropaolo Livio Pepino Nicola Tranfaglia Gianni Vattimo Gianni Loy |